CONSIDERAZIONI SUL FEMMINICIDIO E LA VIOLENZA MASCHILE

di Giampiero Cesari

Vorrei scrivere qualcosa che deriva anche dalla mia professione di psichiatra.

Ho conosciuto diverse donne che avevano subito violenza da uomini conosciuti, cui di solito queste persone erano legate sentimentalmente.

Quello che mi ha sempre colpito è la sicurezza con cui molte donne paiono convinte di potere cambiare l’uomo che piace loro, ma che si comporta “qualche volta” in modo aggressivo.

“Alla fine il mio amore lo cambierà”: non succede di sentirlo dire solo nei film.

Faccio una professione di aiuto e penso di potere talora (o spesso) aiutare le persone a cambiare, quando la loro vita non è funzionale per loro stesse o per loro stessi, ma non mi verrebbe di pensare che dipende da me che le altre/gli altri cambino. Credo di poterle/i aiutare, ma non di potermi sostituire a loro. Mi sembra che molte volte per le donne non sia così.

Molte, come accennavo, sembrano esprimere la convinzione che “lui alla fine cambierà”. Nel frattempo i comportamenti di lui sono molto poco incoraggianti, ma c’è qualcosa di buono…

Mi rendo conto che, oltre a considerazioni che derivano dalla professione, ho ancora molto nitidi in me sentimenti di quanto ero adolescente: non capivo perché una ragazza che mi piaceva trovasse più interessante di me qualche altro maschio, che a me pareva chiaramente inaffidabile, se non addirittura violento. Però la mia difficoltà a comprendere era molto lucida.

E ancora ho difficoltà a capire. Difficoltà a capire perché un comportamento violento reiterato, anche se intervallato da promesse, regali, frasi affettuose, possa andare nel dimenticatoio e indurre una donna a ridare una possibilità e poi un’altra e un’altra ancora al maschio violento. Sul momento dell’aggressione, è evidente che il sentimento della paura è così forte, che non è facile avere una risposta lucida e razionale.

Ma fuori di questo momento, ho l’impressione che agiscano diversi elementi, creando un mix pericoloso: un senso di colpa che mi pare molto generico, ma anche molto diffuso: se le cose tra noi non vanno bene, deve dipendere da me, oppure non sono abbastanza brava a conquistarlo davvero e a fare sì che sia come io desidero, ma anche un senso di vergogna per le umiliazioni subite (la vergogna è un sentimento fortemente devastante, che fa dubitare di potere ricevere aiuto e di meritare di ricevere aiuto). Ma c’è anche, mi sembra, un sentimento grandioso: “Io ti salverò”…

E gli uomini? Gli uomini, come spesso avviene, sono afasici.

Intanto è difficile che provino ad affrontare il problema della propria violenza. Da poco tempo ad Arezzo si sta pensando di creare un supporto psicologico anche per uomini responsabili di violenza nell’ambito della coppia. Si tratta di un percorso tutto da costruire. Però mi è capitato di parlare con alcuni uomini responsabili di violenze nei confronti della propria compagna. Più spesso ho trovato persone che si autogiustificavano, nel senso che minimizzavano il proprio comportamento, si giustificavano perché erano stati “provocati” o addirittura “aggrediti” e avevano cercato di fare di tutto per calmare la situazione, ma alla fine, esasperati, avevano perso la testa… Nessuno sforzo di maggiore consapevolezza. “Certo, ho sbagliato, però…”.

Mi colpisce che in una situazione in cui una donna è picchiata da un uomo, l’uomo tenda in genere a giustificarsi e a sminuire la propria responsabilità, la donna ad autoaccusarsi e a prepararsi a concedere un’altra chance all’aggressore.

L’aggressore si scusa e la vittima si incolpa.

Mi è tornato in mente: “Superior stabat lupus”. L’uomo cavilla sulle sue attenuanti, quindi si pone su un piano piuttosto di tipo legalistico, la donna si incolpa e quindi si pone più a livello psicologico. E così, certamente senza volere, si pone ulteriormente su un piano di inferiorità rispetto all’aggressore.

E allora mi torna in mente un video di Jackson Katz (pubblicato nella pagina fb di Fdo): mi pare che egli ponga con molta chiarezza il puntoe la violenza sulle donne è un problema maschile, di uomini “normali” e non sufficientemente contrastati da altri uomini. È interessante il problema della leadership che pone: un allenatore che usi un’espressione sessista (o razzista) è un leader perdente: temo che in Italia siamo più indietro e spesso non sia così. È anche importante la sottolineatura che anche uomini, bambini e bambine sono abusati/e prevalentemente da uomini, esattamente come avviene alle donne.
Se a muovere la violenza di molti uomini è il sentimento che “qualcosa” che mi appartiene si vuole liberare da me (come in alcuni recentissimi episodi di cronaca), questa donna è in pericolo e deve essere protetta e forse in questi casi non c’è spazio per lavorare sul rapporto. Sarebbe utile che l’uomo lavorasse psicologicamente, ma un uomo di questo tipo difficilmente accetta di lavorare in modo introspettivo. Da questo punto di vista ci vorrebbe qualcosa come una psicoterapia obbligatoria. È molto rischioso, ma mi viene in mente che nei film qualche volta funziona (in una situazione diversa: Will Hunting, per esempio) oppure se non funziona c’è l’effetto repressivo della legge (altro film: Ti do i miei occhi). Beh, non è facile sintetizzare in questioni così complicate. Spero di non avere affastellato troppe cose insieme. Giampiero Cesarie la violenza sulle donne è un problema maschile, di uomini “normali” e non sufficientemente contrastati da altri uomini. È interessante il problema della leadership che pone: un allenatore che usi un’espressione sessista (o razzista) è un leader perdente: temo che in Italia siamo più indietro e spesso non sia così. È anche importante la sottolineatura che anche uomini, bambini e bambine sono abusati/e prevalentemente da uomini, esattamente come avviene alle donne.
Se a muovere la violenza di molti uomini è il sentimento che “qualcosa” che mi appartiene si vuole liberare da me (come in alcuni recentissimi episodi di cronaca), questa donna è in pericolo e deve essere protetta e forse in questi casi non c’è spazio per lavorare sul rapporto. Sarebbe utile che l’uomo lavorasse psicologicamente, ma un uomo di questo tipo difficilmente accetta di lavorare in modo introspettivo. Da questo punto di vista ci vorrebbe qualcosa come una psicoterapia obbligatoria. È molto rischioso, ma mi viene in mente che nei film qualche volta funziona (in una situazione diversa: Will Hunting, per esempio) oppure se non funziona c’è l’effetto repressivo della legge (altro film: Ti do i miei occhi). Beh, non è facile sintetizzare in questioni così complicate. Spero di non avere affastellato troppe cose insieme. Giampiero Cesari che la violenza sulle donne è un problema maschile, di uomini “normali” e non sufficientemente contrastati da altri uomini…

È anche importante la sottolineatura che anche uomini, bambini e bambine sono abusati/e prevalentemente da uomini, esattamente come avviene alle donne…

Ho letto qualche mese con un certo sconcerto di un modello educativo “innovativo” nella civilissima Svezia, in cui si educano bambine e bambini in modo assolutamente neutro: mi è sembrato di capire che, invece di valorizzare le differenze, le stesse vengano negate. Ovviamente non basta un articolo di giornale per capire un modello educativo, ma sono rimasto davvero perplesso…

Stavo dicendo che il problema, se lo si vuole davvero prevenire, è soprattutto educativo e culturale, finalizzato a modificare la visione arcaica del rapporto tra i sessi che ho abbozzato. E questo lavoro di formazione culturale ed educazione riguarda soprattutto il maschio, la cui educazione è però in gran parte appannaggio femminile, perché donne sono le madri e in gran parte le insegnanti (è ben noto l’enorme squilibrio tra femmine e maschi nella categoria delle e degli insegnanti).

A questo punto forse è giusto che mi ricordi del mio lavoro e della componente psicologica: come accennato all’inizio, la donna rischia di essere in qualche modo connivente con l’uomo violento, nel momento che non lo individua subito come tale e quindi non gli nega la possibilità di esserne la compagna, che poi lo dovrà redimere. Qui c’è un lavoro educativo che riguarda anche le donne: in chiave evoluzionistica si direbbe che se risulta perdente l’atteggiamento prevaricatorio, i maschi saranno costretti a modificarlo. Ma questo può dipendere solo dalla capacità delle donne di sapere riconoscere ed evitare gli uomini potenzialmente violenti. Molte donne hanno un sesto senso che funziona per questo, mentre altre, soprattutto se hanno vissuto in situazioni di violenza fin da piccole o in ambienti familiari violenti, non sono sufficientemente protette e diventano compagne di uomini aggressivi perché profondamente insicuri interiormente. Purtroppo questa insicurezza interiore, difficilmente li spinge a cercare un supporto psicoterapeutico (ammesso che trovino professioniste/i formati). Continuo a pensare che quando il comportamento diventa debordante, lo stesso debba essere affrontato soprattutto con delle limitazioni, quindi con dispositivi legali (e ciò richiede la segnalazione all’autorità giudiziaria): per quello che ne so, la legge spagnola, del tempo di Zapatero, cui ho accennato prima a proposito del film Ti do i miei occhi è una soluzione equilibrata: al primo comportamento aggressivo, ti do la possibilità di un lavoro psicoterapico, la recidiva significa carcere e poi obbligo di rimanere lontano dalla vittima. Anche la recidiva certamente si inscrive nella tormentata psicologia dell’aggressore, ma purtroppo visto che, almeno per ora, non siamo così bravi a modificare l’atteggiamento psicologico di chi non collabora, forse dobbiamo umilmente riconoscere l’importanza di limitare i danni del suo comportamento.