Desiderio di politica

di Margherita Dogliani – maggio 2013

Quando Gianna e Giovanna mi hanno chiesto di raccontare e descrivere le difficoltà nella sfera della vita dove maggiormente mi sono scontrata con l’ordine neutro universale ho avuto una esitazione.
Per l’esperienza vissuta nella mia azienda mi sembrava naturale occuparmi e riflettere sul disagio provato nell’ambiente di lavoro. Infatti la prima volta che nella mia vita ho avuto chiara la sensazione di inadeguatezza è stata quando ho iniziato a lavorare nella mia azienda: il disagio che ho provato nel vivere secondo regole che organizzano il lavoro è stato per me l’inizio di un percorso liberatorio.
Ma la passione per la politica mi ha fatto riflettere sul desiderio. E guardando la mia vita ho potuto accorgermi che fin da bambina il “desiderio di politica” ha segnato scelte importanti della mia vita.
Mi ricordo, bambina, una mia compagna di giochi non aveva le mie possibilità economiche, io soffrivo per questo e sentivo il bisogno di annullare quella differenza. Ma fin da allora ero certa che per non soffrire più dovevo risolvere la questione in modo universale, non era un problema che riguardava solo la mia compagna di giochi ma tante altre le bambine. Io desideravo cambiare il mondo.
Aristotele ha affermato che l’uomo è il più grande animale politico.
Ecco un altro elemento essenziale di differenza nell’agire politico.
La libertà per un uomo significa non essere schiavo.
Nella polis l’uomo libero, il capo famiglia, era quello che aveva il potere riconosciuto di occuparsi delle cose pubbliche, bisogni che andavano oltre il confine famigliare, lo poteva fare in un luogo specifico e nel modo stabilito: attraverso l’Agorà e attraverso il discorso. Nella piazza dove ci si riuniva, con la parola si confrontava con altri uomini.
La donna, invece, era destinata a occuparsi della prole.
Emergono importanti differenze fra l’agire politico di un uomo e quello di una donna.
L’uomo agisce non spinto da un desiderio ma è seguire il ruolo di capo famiglia, di uomo libero, non schiavo, che gli consente di occuparsi dei bisogni.
La donna è spinta dal desiderio e agisce libera di occuparsi dell’universale.
Inoltre l’agire politico ha da sempre subito la pressione del potere.
O meglio l’agire politico, soprattutto per gli uomini, si è confrontato con posizioni contrastanti: da una parte voler far del potere lo strumento della politica, dall’altra tenere il potere a distanza di sicurezza.
Per gli uomini la prima posizione generalmente ha preso il sopravvento.
La seconda posizione, come sostiene Luisa Muraro, è più facile sia seguita dalle donne.
Offrire di allattare il neonato di un’altra donna era un inconsapevole gesto politico?
Ma torniamo alla mia vita. Il mio desiderio di impegno politico si è scontrato con la società patriarcale. Durante gli anni del liceo invidiavo una mia compagna di scuola che era impegnata nella battaglia extraparlamentare. Era bravissima a scuola, ma si addormentava sul banco perché la notte viveva con i compagni di lotta, invidiavo le sue occhiaie, segno di vita vissuta. Ma i miei genitori, figli di una società perbenista, di educazione cattolica erano più forti del mio desiderio.
Potevo occuparmi del mondo nel modo consentito da quella educazione, per questo ho aderito con tutta me stessa ad un movimento cristiano. Le mie energie per circa dieci anni sono state consumate per l’ideale di unità
L’impegno era politico, ma concesso.
Un giorno mio padre durante l’ora di pranzo ci ha informato di avere tesserato tutta la famiglia a un partito politico nascente.
Io ero sconcertata.
Non voglio proporre la questione psicologica, appartiene e riguarda solo me, ma è importante evidenziare quanto la mediazione patriarcale del desiderio impediva di essere protagoniste. Di fronte a un gesto cosi autoritario ho deciso per la prima volta di provare a liberarmi da quel vincolo, da quel modo di pensare, e ho lasciato vivere dentro di me la sofferenza di scoprirmi non aderente al mio essere. Quando ho iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia, ho riprovato il desiderio di cambiare il mondo. Infatti provavo un disagio profondo nel dover vivere regole di lavoro che non mi appartenevano.
Partire da me, dalla realtà che vivevo.
Aprire le porte della fabbrica alla cultura è stato l’inizio del cambiamento, dell’impegno a cambiare le regole neutre del mondo del lavoro.
Ha inizio la mia esperienza politica, o meglio di desiderio di politica. L’ascesa dell’impegno politico delle donne è legato strettamente alla lotta per l’emancipazione e liberazione sessuale. Le conquiste del femminismo hanno sicuramente aperto le porte della politica alle donne, ma ciò è avvenuto sempre entro l’ordine neutro.
L’impegno politico delle donne ha dovuto confrontarsi con regole della politica pensate da uomini e non solo, le donne hanno dovuto misurarsi con programmi, idee, contenuti pensati da uomini.
A loro è stato concesso uno spazio. L’impegno politico delle donne ha espresso una politica per le donne.
Scrive Carla Lonzi: “Il pensiero della differenza che è andato affermandosi ha affermato un principio fondamentale che contiene il senso vero dell’agire politico della donna, agire differente da quello dell’uomo”.
La donna agisce, predilige l’impegno che parte da sé. Una natura e qualità di impegno che rompe la separazione tra politico e personale, pubblico e privato, che riconosce la politicità dei desideri, dell’esperienza, del corpo e della sessualità, delle relazioni, della vita materiale e quotidiana, del partire da sé, della trasformazione soggettiva, della presa di parola e del simbolico, mettendo al centro le pratiche effettive e la capacità di darvi nome, e tutto ciò cha ha fatto la politica delle donne che ci porta fin qui e alla quale sono stati dati molti nomi. Femminismo, prima di tutto, ma poi politica della differenza, e ancora pratica delle relazioni e politica del simbolico”.
E Fulvia Bandoli: “La donna è oppressa in quanto donna, a tutti i livelli sociali: non a livello di classe, ma di sesso”. E ancora: “Politiche rivendicative e di parità hanno prevalso largamente, mentre nella società cresceva la libertà femminile e la politica della differenza tra i sessi. Mentre altrove il simbolico femminile si rafforzava, in questi luoghi veniva spesso mortificato e questo è un dato difficilmente contestabile. Quante donne ci sono? Quante donne mancano? Possono bastare? Quando questo linguaggio e questa pratica maschile sono diventate anche il linguaggio e la pratica di diverse donne: l’autorevolezza e la libertà femminile hanno subito un colpo durissimo”. Trovo riscontro nella mia esperienza politica degli ultimi anni.
A noi donne è concesso uno spazio. Nonostante le conquiste, l’emancipazione, la liberazione, assistiamo a un arretramento del ruolo della donna in politica. La donna oggi serve alla politica, soprattutto a una politica che ha dimostrato di non avere idee, capacità di creare relazioni, di ascoltare, di leggere, di interpretare quello che capita nel quotidiano, nella vita. Questa è la politica, questa è la cultura. Questa è la politica prima, come la definiscono Lia Cigarini e Luisa Muraro. La politica seconda è quella che si svolge nell’istituzione, nei partiti, fatta a pezzi dal potere e dalle sue logiche.