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RIFLESSIONI DI UNA PROFESSORessA FUORIDALLORDINE

di Flavia Calvesi

Mi piacerebbe mettere nero su bianco alcune riflessioni e ragionamenti sul gioco, che io considero fortemente simbolico e scuola di vita. Ragionamenti fatti in questa sede e qui nati.
Sto ragionando sul fatto che maschi e femmine hanno sin da piccoli approcci differenti al gioco. Per esempio io ho provato a educare mio figlio non comprandogli armi giocattolo nella speranza che questo lo preservasse dal desiderio di prevaricare affermando sé. Ma mi sono accorta che lui, pur essendo un bambino mite e sensibile, sparava comunque con qualsiasi oggetto, ad esempio, un mestolo da cucina. Mia figlia, invece, pur con un carattere determinato, con lo stesso mestolo giocava a fare la maestra. Ho desiderato scrivere questo testo da offrire per pubblicarlo sul sito, sviluppando queste riflessioni.
Ho chiesto l’aiuto di Gianna a cui riconosco disparità nel tradurre pensieri in parole.
Sono partita da questa riflessione: dai corsi Labodif ho imparato che tra le caratteristiche che differenziano l’identità maschile e quella femminile ci sono l’affermazione dell’io (nei maschi) e la relazione (nelle femmine) e anche privilegiare il punto (nei maschi) e il percorso (nelle femmine).
Noi viviamo in un ordine simbolico apparentemente neutro e universale (cioè valido per maschi e femmine) ma che è in realtà è costruito prevalentemente sull’ordine simbolico maschile. Che noi definiamo per sintesi “ordine dato”.
Ecco la mia partenza: ho osservato che via via che si cresce il gioco, che diventa mano a mano gioco sportivo, entra sempre più nella logica dell’ordine dato.
La logica dell’ordine dato è quella che, ad esempio nei giochi con palla, ha come scopo infilare (il canestro nel basket, la rete nel calcio, ma anche nell’hockey, nella pallamano, nella pallanuoto, oppure bucare il muro nella pallavolo, far entrare una pallina in buca nel golf, fare meta nel rugby…) ma che soprattutto fa sentire come fondamentale e vincente il momento, il punto (valore simbolico del seminare) come portatore di energia, di vita (il gol) e meno fondamentale la costruzione, la fabbricazione, cioè il percorso (valore simbolico del gestare).
I risultati, infatti, si misurano così: se anche in 90’ hai attaccato 88’ e presi due pali e tre traverse, se la squadra avversaria fa gol all’ultimo minuto risulterà vincente. Il che è una dimostrazione chiara del fatto che il punto ha maggiore valore simbolico del percorso. È evidente che, essendo le femmine più orientate alla costruzione, cioè al percorso, risultano meno dotate degli strumenti di identità che l’ordine dato premia.
Potremmo farci una domanda: è necessario che il gioco sportivo sia così perché altrimenti risulta meno divertente oppure è possibile che sia così perché espressione dell’ordine simbolico di uno solo dei due sessi? Ci sono giochi sportivi nei quali il percorso e la relazione sono essenziali? Possiamo inventarne di nuovi?
Da qualche anno ho cominciato a osservare con maggiore attenzione le dinamiche che mi offre quotidianamente il mio mestiere di insegnante di educazione fisica.
Ad esempio, come già dissi a Carrara, nella formazione delle squadre anche se miste, la capitana femmina tende a scegliere per relazione (cioè le amiche anche se schiappe) e il capitano maschio per affermazione dell’io (cioè i più bravi anche se non amici).
Risulta sempre vincente la squadra col capitano maschio, se la capitana femmina rimane aderente al proprio ordine, cioè privilegia la relazione.
La logica vincente è sempre maschile e le femmine sono destinate a perdere. Quindi: o scimmiottano il maschio e hanno più probabilità di vincere ma perdono aderenza al proprio sé e quindi provano minore soddisfazione. Oppure perdono e si mettono da parte sentendosi inadeguate alla situazione.
Molte delle mie alunne quando si trovano a dover giocare nelle regole maschili, confrontandosi con la supremazia dell’affermazione dell’io maschile si mettono da parte, perdono interesse e non sono più motivate a giocare.
Questo, a mio parere, succede anche nella vita, quando non è il gioco sportivo in questione, ma la professione, la partecipazione politica o in ogni altro aspetto del vivere comune.
Ma torno al gioco.
Da qualche anno nella scuola, soprattutto per motivi economici, di bilancio, l’educazione fisica non si fa più con squadre separate di soli maschi e sole femmine. Adesso si fa per classi, dunque maschi e femmine insieme.
C’è chi dice che non sono tanto le questioni di bilancio a motivare questa scelta.
C’è chi (sia donne che uomini) la difende affermando che in questo modo si favorisce la socialità e l’interazione fra i sessi. Peccato che siano sempre le femmine che si devono adeguare a regole maschili e non il contrario. Nei tempi in cui l’educazione fisica veniva svolta per squadre separate questo problema era meno presente: le ragazze manifestavano un interesse di gran lunga maggiore e non c’era disagio né il diffuso senso di inadeguatezza che io come insegnante misuro ogni giorno con dolore.
So che il problema dell’insegnamento misto non riguarda solo l’educazione fisica.
I sistemi di apprendimento diversi di maschi e femmine nell’ordinamento scolastico sono tutti orientati alle categorie che formano l’identità maschile.
Questo mio osservatorio privilegiato di incontro quotidiano e massiccio con adolescenti che va avanti da 30 anni mi consente oggi, con questo sguardo, di constatare che se ci fosse il riconoscimento e di conseguenza il rispetto della differenza sessuale e delle caratteristiche proprie di ciascun sesso ci sarebbe una espressione di sé come ragazzo o ragazza più libera, creativa e costruttiva di un modo di stare nella realtà.
Che margine di intervento ho io, forte di questa consapevolezza, per agire in maniera fuoridallordine?
Ripeto quanto abbiamo scritto nel nostro manifesto.

Punto 1: SVELARE IL NEUTRO UNIVERSALE che premia il maschile e depotenzia il femminile
Punto 2: COSTRUIRE UN ORDINE SIMBOLICO RISPETTOSO DEL DUE

Torno allora all’esempio delle squadre.
1. SVELARE E PARARE i danni.
L’esempio della formazione delle squadre mi ha svelato e svela il neutro universale in una cosa apparentemente banale e innocua come una partita di pallavolo al liceo. Quindi la prima operazione, consapevole di ciò, è per me PARARE i danni.
Dal momento che, come ho già detto, quando si affrontano una squadre formata e capitanata da un maschio e una formata e capitanata da una femmina vince sempre la prima, con conseguente frustrazione e inconsapevole svilimento della relazione, tendo ad agire così: per impedire che questo accada, prima di una partita scolastica tendo a scegliere o due capitani maschi o due capitane femmine. Non è la soluzione ma non perpetua il disordine simbolico di una logica che schiaccia l’altra.

2. CAMBIARE LE REGOLE DEL GIOCO.

È mio desiderio costruire un gioco sportivo, scolastico che io possa agire nell’ambito del mio lavoro (che ho scelto per autentica passione) che riesca a tenere conto di entrambi gli ordini simbolici. Che faccia sentire, cioè, felici di farlo sia i ragazzi che le ragazze. Vorrei che oltre a farli sentire bene fosse loro di insegnamento per la vita. Perché, come ho detto all’inizio del testo, il gioco non è mai solo gioco. È scuola di vita. Starebbero bene loro e sarei io pienamente soddisfatta di aver trasmesso il rispetto per le differenze ma anche e soprattutto di far vivere così le ragioni per cui tanti anni fa l’ho scelto come mestiere. Esprimere e far diventare loro capaci di esprimere sé. Come maschi e come femmine. Questo è ora il mio desiderio
Se vi ricordate con quali parole sono entrata in FDO, erano libertà e desiderio. Mi appassionava e mi appassiona questo: costruire insieme qualcosa che ancora non so ma di cui conosco la direzione: il rispetto del DUE.