Svelando il 2

di Lorella Grecu – maggio 2013

“Scrivo queste note in vista del nostro incontro, in un piccolo spazio di tempo voglio comunicare cosa succede quando mi esercito a svelare il 2, mettendo allo scoperto il Neutro scontato e scoprendo le differenze. È, questo scrivere e questo svelare, come tutti i processi di comunicazione,anche un processo di apprendimento e ringrazio Gianna per avermi sollecitato a questo esercizio prezioso per il quale, da sola, non trovo mai il tempo.
Svelando il 2 nel mondo interno ed esterno a me sento fatica perchè non è facile cambiare sguardo, trovo soddisfazione e sicurezza perchè c’è più chiarezza, c’è la gioia perchè faccio pratica di attenzione gentile e rispettosa.
È entusiasmante e salutare mettere a nudo il “falso sé” o il “come se” che inquina la mia vita e la vita intorno a me, ma la cosa bella è che, con questa ricerca, cambiare è più facile perchè non significa più solo che qualcosa deve morire, ma che qualcosa può nascere, quindi c’è la perdita delle catene, cui sono molto affezionata, ma c’è la nascita e la creazione di un modo curiosamente amoroso di essere al mondo.
Nel mio lavoro si tratta di una radicale trasformazione del modo di stare in una relazione terapeutica: visto che cambio io (sguardo) mentre interagisco con le persone che ho in cura, è questo mio cambiamento che promuove davvero cambiamento nell’altra persona.
Potrei prendere qualunque cartella clinica e, paziente per paziente (questa parola è davvero neutra?), troverei i tanti punti di svolta dove la mia vissuta fuoriuscita dallo sguardo Neutro ha comportato un aumento di fluidità e di efficacia nell’azione terapeutica. Ma provo a fare sintesi.
Relazione terapeutica, cioè relazione che cura, è conoscere amando conoscere e questo non si può fingere, ma se non conosco questa cosa di base, la madre e il padre di tutte le differenze, che è la differenza maschile/femminile, non so davvero amare conoscere nella differenza e quindi nel rispetto profondo dell’altro/a, nella fertilizzante fiducia profonda nell’altro/altra che incontro nel mio lavoro.
Mi posso sforzare quanto voglio, ma sono, alla fine, destinata al fallimento, se non mi stabilisco, se non mi apro in questa origine di tutte le altre differenze.
Il trucco, il metodo per lo svelamento che è per me così difficile, l’ho scoperto di recente, ed è come tutte le scoperte più importanti, la scoperta dell’acqua calda.
Il trucco per me è: partire da me perché il neutro universale si annida dentro di me, dentro i miei gangli più profondi. Esempio: io nella stanza con il/la paziente. Il trucco è chiedermi: dov’è il neutro universale dentro di me? Dove si è ben nascosto per colpire con più efficacia? So da sempre, perché l’ho letto sui libri, che nella stanza non siamo solo io e lei/lui. Siamo di più. C’è sempre una folla di altro/e (parenti morti, persone vive, ideali, aspettative…), ma in questa folla c’è sempre – ora lo so – un terzo. Questo terzo è il neutro universale: si può presentare in diverse fogge, per esempio come una commissione seduta su uan scranno sopra di me che dice: ricordati che sei un medico. Cosa stai facendo? Stai sbagliando, non si fa così…
E così mi fa perdere di vista la mia intenzione. La fiducia in me stessa e nell’altro/a in relazione, mi fa perdere di vista il più importante ingrediente terapeutico che è l’incontro sempre nuovo, con l’altro/a nella differenza, nel presente/dono che è il qui e ora. Ma se lo so, se me lo ricordo, se mi ricordo di farmi la domanda: dov’è il neutro universale ora dentro e intorno a me il nu non mi confonde più.
E così che ora noto con piacere tutte le differenze, prima non le notavo o le notavo solo grazie al fastidio e al sottile, inconsapevole, ma sempre presente desiderio mortificante di annullarle.
Per esempio ora noto con gentile curiosità che spesso i maschi, direi quasi mai le femmine, entrano nella stanza della terapia chiedendomi: “Come va?”, prima mi sarei sentita irritata, forse sminuita o anche attaccata o forse avrei giudicato quel paziente e, tutto ciò, probabilmente in modo inconsapevole. Per esempio osservo sempre che, immediatamente, il neutro svelato, riattiva competenze, accende le persone nella calma di una posizione stabile e dinamica ad un tempo. E a me sembra che questo accada sia negli uomini che nelle donne, sebbene in modo diverso per gli uni e per le altre: mi sembra che le donne si aprano di più, gli uomini si concentrino di più. Questo mio sguardo interessato a segnalare la differenza femminile/maschile ha l’effetto di veicolare calma e accoglienza e stabilità e questo accade perché ora possiedo una vivente chiave di lettura del potenziale mancante. Si, perché il mondo neutro è proprio un vivente mancante per gli uomini e per le donne ed è prendendo atto davvero di questa cosa mancante che posso, con le pazienti e con i pazienti, decostruire con delicatezza per liberare potenzialità già esistenti e nascoste, risorse presenti da sempre in loro e mai osservate, valorizzate, esercitate. Ed è questo il mio obiettivo nel lavoro, obiettivo che solo ora posso raggiungere più facilmente, più felicemente.
Lo sguardo indagatore della differenza mette in circolo energie nascoste nel circolo vizioso dello scontro patriarcale/matriarcale (che si dà attraverso la paura che incute il maschile che fa violenza e il femminile che seduce e/o castra come unica modalità di rapporto tra i sessi), pacifica senza occludere, calma aprendo e questo mi risulta ancora pin evidente anche nella terapie delle coppie che possono iniziare a curarsi nel rispetto delle differenze, con più libertà e responsabilità.
Andando in giro per il mondo, anche fuori dal contesto lavorativo, noto in me una generale riduzione della soglia di nervosismo, di controreazione e di intolleranza: per esempio se alla Stazione dell’arte di Maria Lai, che ho visitato ultimamente nel mio viaggio in Sardegna, un uomo fa domande diverse da quelle di una donna, da quelle che farei io (alla guida che conduceva la visita all’esposizione: “vorrei sapere il tempo di lavorazione di queste opere. E quanto tempo è rimasto in paese il nastro azzurro?”) non lo guardo con disprezzo, ma mi prendo appunti contenta di avere osservato la differenza.
Prendo atto di una continua trasformazione benefica anche delle dinamiche interne alla mia famiglia (parlo della relazione con mia madre, con mia sorella e mio fratello e delle relazioni tra loro) e nelle relazioni amicali e sociali perché una volta che hai lo strumento giusto per fare ordine non puoi che andare avanti: è avere con sé per sempre una zappa adeguata a coltivare il terreno senza spaccarsi unghie e schiena per ottenere piantine stentate e già moribonde alla nascita!
Voglio aggiungere che, nella mia esperienza, questa posizione teorico/pratica (Il faro del 2 da svelare) da cui osservare il mondo è la base sulla quale posso appoggiarmi per fare miei tutti gli innumerevoli percorsi che intraprendo nella mia vita. Avevo da sempre avvertito l’esigenza di non chiudermi in un unico percorso formativo, ma era sempre presente in me, inconsapevole, un disagio nascosto, una paura di perdermi, un rischio angosciante di ecclettismo confusivo: non riuscivo a trovare una posizione comoda dove stare per accogliere e costruire. Stare fuori dall’ordine per creare, momento per momento, un ordine altro a partire da me in relazione con un 2, e non con un presunto unico 1, mi permette questa posizione di agio e di stabilità, dove la sintesi non chiude, ma apre, non riduce, ma aumenta la consapevolezza della feconda complessità che mi abita, che abito e che osservo e sento intorno a me.
Spesso mi sono impantanata nel dubbio se alla base di tutto nella vita ci sia un 1 o un 2 o il niente o la molteplicità. Ora penso che non è questione se ci sia un 1 o un 2 o un tanti/tante.
Penso che all’origine di tutto, prima di tutto, ci sia tutto ciò, momento per momento: siamo noi che non siamo abituate/i a pensare la complessità in movimento. Ma possiamo imparare, abbiamo questo potere, se vogliamo”.